Settembre 17, 2025
L’AI ha davvero rovinato i contenuti online?
L’AI accelera. Ma siamo pronti ad assumerci le conseguenze?
Dal II° Congresso Nazionale ENIA di Milano, una riflessione su responsabilità, intelligenza artificiale agentica, etica e relazioni umane. Perché il futuro non dipende soltanto da ciò che sapranno fare le macchine, ma dalle scelte che continueremo a compiere noi.
Ci sono eventi dai quali torni con una serie di appunti, qualche nuovo contatto e molte informazioni. E poi ci sono incontri che ti lasciano soprattutto delle domande. Domande che continuano a lavorarti dentro anche quando il congresso è finito.
È quello che mi porto a casa dal II Congresso Nazionale di Fondazione ENIA, svoltosi il 15 e 16 ottobre 2026 al Grattacielo Pirelli di Milano.
Due giornate intense, con un parterre di rappresentanti istituzionali, accademici, professionisti, imprenditori e ricercatori di grande spessore. Ma il valore di un evento non si misura soltanto dall’autorevolezza di chi interviene. Si misura dalla qualità delle riflessioni che riesce a generare.
E credo che, in questi due giorni, ENIA abbia contribuito concretamente ad alzare l’asticella del dibattito sull’intelligenza artificiale.
Non si è parlato soltanto di tecnologie, prodotti o nuove applicazioni. Si è parlato di governance dei dati, sicurezza, responsabilità, autonomia dei sistemi, regolamentazione, diritti e, soprattutto, delle conseguenze che questa trasformazione sta già producendo nella nostra società.
Una differenza sostanziale, in un momento storico nel quale rischiamo di confondere la velocità dell’innovazione con la qualità del progresso.
La velocità non è ancora una direzione
L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il rapporto tra tempo, conoscenza e lavoro.
Attività che richiedevano ore possono essere svolte in pochi minuti. Analisi complesse vengono elaborate in pochi secondi. Processi che prima richiedevano l’intervento di diverse persone possono essere automatizzati.
Ma c’è un punto sul quale credo sia necessario soffermarsi: fare qualcosa più velocemente non significa necessariamente farla meglio. E soprattutto non significa averne compreso le conseguenze.
Possiamo produrre più contenuti, ma questo non garantisce una comunicazione migliore. Possiamo elaborare più dati, ma non significa automaticamente prendere decisioni più giuste. Possiamo automatizzare processi, ma dobbiamo chiederci se stiamo migliorando davvero il lavoro delle persone o soltanto aumentando le aspettative di produttività.
Nel mio percorso professionale, dedicato all’integrazione tra intelligenza umana e artificiale, considero questo uno dei passaggi decisivi.
L’AI ci offre una straordinaria accelerazione. Ma la direzione, il significato e la responsabilità di quella accelerazione devono rimanere questioni umane.
Quando l’AI comincia ad agire, chi risponde?
Uno dei temi che mi ha maggiormente interessato riguarda l’intelligenza artificiale agentica.
Stiamo passando progressivamente da sistemi che rispondono alle nostre richieste a sistemi capaci di pianificare, utilizzare strumenti, interagire con altri sistemi ed eseguire attività con differenti livelli di autonomia.
Il Congresso ha affrontato questa evoluzione anche attraverso la presentazione dell’Osservatorio dell’AI Agentica di ENIA.
È una prospettiva affascinante, perché amplia enormemente le possibilità applicative dell’intelligenza artificiale. Ma introduce anche interrogativi che non possiamo permetterci di sottovalutare.
Chi definisce gli obiettivi di un agente intelligente? Chi stabilisce fino a dove può spingersi? Chi verifica il suo comportamento? E soprattutto, chi risponde quando qualcosa non funziona come previsto?
Ho trovato particolarmente interessante la riflessione sulla possibilità di progettare agenti AI specializzati, destinati a operare in ambiti circoscritti, con funzioni e autorizzazioni definite.
Un approccio che può contribuire a rendere più controllabili i sistemi, senza confondere l’autonomia operativa con l’assenza di responsabilità.
Il tema si collega direttamente alla necessità di un quadro normativo capace di accompagnare l’evoluzione tecnologica.
Il confronto congressuale, che ha coinvolto anche figure impegnate nella costruzione dell’ecosistema regolatorio europeo e nazionale, tra cui Brando Benifei, corelatore dell’AI Act, ha richiamato l’importanza di identificare obblighi e responsabilità lungo la filiera dell’intelligenza artificiale.
A mio avviso, regolare non significa frenare l’innovazione. Significa creare le condizioni perché possa svilupparsi senza lasciare le persone sole davanti alle sue conseguenze.
L’etica non è un accessorio tecnologico
Un altro elemento che ho apprezzato è stata la presenza trasversale dell’etica nei diversi momenti del Congresso.
Dalla sanità alla Pubblica Amministrazione, dalla sicurezza informatica al mondo del lavoro, il tema non era soltanto quello di comprendere cosa fosse tecnicamente possibile, ma anche cosa fosse giusto, opportuno e socialmente sostenibile.
Particolarmente significativo, nel quadro del confronto culturale, è stato anche il contributo istituzionale di Mons. Gianfranco Basti, professore della Pontificia Università Lateranense, nella sessione dedicata al rapporto tra università, territori e comunità.
La presenza di figure provenienti dall’ambito filosofico, accademico e bioetico ricorda quanto sia necessario affrontare l’intelligenza artificiale anche attraverso discipline che interrogano il significato della conoscenza, delle decisioni e della responsabilità.
Una tecnologia può essere conforme alle norme e tuttavia richiedere ulteriori valutazioni sul piano umano e sociale.
La compliance ci aiuta a rispettare regole e obblighi. L’etica ci impone di continuare a porci domande, anche quando una risposta tecnicamente corretta sembra già disponibile.
E proprio questa capacità di interrogarsi rappresenta, secondo me, una delle competenze più importanti da preservare.
Non a caso, tra i temi affrontati figurava anche la judgment literacy, cioè la capacità di esercitare un giudizio critico e consapevole in un contesto nel quale i sistemi intelligenti possono proporre soluzioni sempre più articolate.
Possiamo delegare alle macchine molte attività. Non dovremmo delegare loro la nostra coscienza critica.
E poi arriva una parola inattesa: gentilezza
Tra i tanti interventi ascoltati, ce n’è uno che mi ha colpito per un motivo apparentemente lontano dalle questioni più tecniche.
È quello del professor Markus Krienke, dell’Università della Svizzera italiana, che ha richiamato l’importanza della gentilezza nei rapporti umani.
Una parola semplice. Forse persino sorprendente all’interno di un congresso dedicato all’intelligenza artificiale.
Eppure, ripensandoci, credo sia una delle parole più pertinenti.
Parliamo continuamente di intelligenza umana e artificiale, di produttività, performance, efficienza, automazione. Ma dovremmo interrogarci anche su come queste trasformazioni incideranno sulla qualità delle nostre relazioni.
Se un sistema intelligente ci permette di risparmiare due ore di lavoro, che cosa faremo di quel tempo? Lo utilizzeremo per collaborare meglio, ascoltare di più, migliorare il nostro rapporto con colleghi e clienti? Oppure lo riempiremo semplicemente con altre attività, altre scadenze e nuove pressioni?
La tecnologia può migliorare le condizioni del lavoro, ma non lo farà automaticamente.
Dipenderà dalle scelte organizzative, dai comportamenti e dai valori che decideremo di coltivare.
In questo senso, la gentilezza non è un ornamento delle relazioni professionali. È una forma concreta di attenzione all’altro. Ed è anche uno degli elementi attraverso i quali possiamo misurare la qualità umana delle organizzazioni.
Forse, accanto all’intelligenza umana e a quella artificiale, dovremmo ricordarci di coltivare maggiormente anche l’intelligenza delle relazioni.
Le Giurie di Comunità: dalla tecnologia alle persone
Un altro tema che considero particolarmente importante riguarda le Giurie di Comunità dell’AI, uno dei progetti attraverso i quali ENIA intende avvicinare il governo delle tecnologie intelligenti alla partecipazione dei cittadini.
È una prospettiva alla quale sono personalmente legato, anche per il mio impegno nel progetto sul territorio campano.
Il rischio, quando si parla di governance dell’intelligenza artificiale, è quello di costruire un dibattito comprensibile soltanto agli specialisti.
Ma l’AI entra già nella vita delle persone. Nella scuola, nel lavoro, nella sanità, nei servizi pubblici, nell’informazione e nelle decisioni quotidiane.
Per questo credo sia necessario costruire occasioni nelle quali i cittadini possano comprendere meglio queste tecnologie, esprimere dubbi, segnalare criticità e contribuire a valutarne gli effetti sul proprio territorio.
La partecipazione, naturalmente, non si improvvisa. Richiede formazione, strumenti accessibili, metodi trasparenti e la capacità di trasformare il confronto in risultati verificabili.
Ed è proprio questa la sfida che attende il modello delle Giurie: passare dall’impianto progettuale alla sua applicazione concreta nelle comunità locali.
Resto convinto di un principio che considero fondamentale: la conoscenza è la prima forma di governance dell’intelligenza artificiale.
Non possiamo chiedere alle persone di fidarsi di ciò che non sono state messe nelle condizioni di comprendere.
Dalle idee ai cantieri: il valore del Congresso ENIA
Il titolo scelto per il Congresso, Verso l’Infrastruttura Pubblica dell’Intelligenza Artificiale, esprime un’ambizione precisa: considerare l’AI non semplicemente come un insieme di strumenti da acquistare o utilizzare, ma come una trasformazione che richiede infrastrutture, competenze, regole, partecipazione e responsabilità condivise.
Un’impostazione sviluppata attraverso sei pilastri strategici e otto cantieri operativi, collegati al percorso del Libro Bianco ENIA.
La rilevanza del confronto ha trovato riscontro anche all’esterno dell’organizzazione, con pubblicazioni su Il Sole 24 Ore Workshop, Strade & Autostrade e La Mia Finanza, oltre al coinvolgimento di realtà associative come ANCE.
Sono segnali importanti, ma credo che il risultato più significativo debba ancora essere costruito: trasformare le riflessioni emerse in progetti, collaborazioni, strumenti e iniziative capaci di produrre benefici concreti.
È qui che un congresso dimostra davvero il proprio valore.
Per questo desidero riconoscere il lavoro della presidente Valeria Lazzaroli e delle persone che hanno contribuito a rendere possibili queste due giornate.
Ho incontrato professionisti e studiosi che non si limitano a presentare soluzioni, ma continuano a mettersi in discussione, a confrontarsi, a cercare nuove risposte. Persone capaci di alimentare il dibattito senza trasformarlo in una vetrina commerciale.
E non è un dettaglio.
Che cosa mi porto davvero a casa da Milano
Torno da questo secondo Congresso ENIA con nuove conoscenze, incontri significativi e molti spunti da approfondire.
Ma soprattutto con alcune convinzioni rafforzate.
La prima è che l’intelligenza artificiale continuerà ad accelerare e a sviluppare capacità che oggi facciamo persino fatica a immaginare.
La seconda è che questa accelerazione renderà ancora più importante definire responsabilità, limiti e criteri di controllo, soprattutto quando i sistemi cominceranno ad agire con maggiore autonomia.
La terza è che la formazione e il giudizio critico diventeranno risorse decisive, non soltanto per i professionisti, ma per l’intera società.
E la quarta, forse quella che più mi piace portare con me, è che nessun progresso tecnologico dovrebbe farci dimenticare il valore delle relazioni umane.
Perché possiamo avere strumenti sempre più intelligenti, capaci di lavorare senza interruzione, elaborare enormi quantità di informazioni e raggiungere obiettivi con una velocità straordinaria.
Ma rimane una domanda che nessuna macchina può risolvere al nostro posto: quale società vogliamo costruire utilizzando tutto questo?
Il Congresso ENIA ha avuto, a mio avviso, il merito di portarci a discutere proprio di questi temi, alzando la qualità del confronto e lasciandoci qualcosa di più di una raccolta di interventi.
Mi porto a casa la consapevolezza che il vero cambiamento non sarà determinato soltanto dall’intelligenza artificiale, ma dalla nostra capacità di governarne gli effetti.
Le AI accelerano, l’umano decide.
E se vogliamo che questa frase continui ad avere un significato, dobbiamo essere pronti non soltanto a decidere, ma anche ad assumerci la responsabilità delle conseguenze.
Perché il futuro non sarà migliore semplicemente perché avremo macchine più intelligenti.
Lo sarà se sapremo diventare esseri umani più consapevoli.
II Congresso Nazionale ENIA 2026: due giorni di confronto su intelligenza artificiale, etica, governance e responsabilità umana.
Frank Maria de Feo
Autore ed esperto di integrazione Human-AI. Ideatore del Metodo CRESC™. Componente del Comitato Nazionale ENIA e delegato per le Giurie di Comunità dell’AI sul territorio campano. Autore di HumanAI.





