Gennaio 22, 2025
L’AI tra etica e crescita: riflessioni sull’articolo di Alex Giordano.
L’AI sarà democratica, o stiamo costruendo un nuovo feudalesimo digitale?
C’è una riflessione di Alberto Bozzo che considero tra le più lucide sul tema. La competizione sull’intelligenza artificiale, sostiene, non la vincerà chi costruisce il modello più potente, ma chi riesce a renderlo economicamente accessibile. Il costo diventa il vero fattore strategico: un’AI a basso costo entra nelle aziende, nelle scuole, nelle pubbliche amministrazioni, nella vita quotidiana. Un’AI troppo cara resta nelle mani di pochi.
Condivido la lettura. Ma è proprio da qui che parte la domanda che mi inquieta davvero.
E se il futuro non fosse un’AI per tutti?
Immaginiamo un mercato a due velocità. Da una parte un’intelligenza artificiale premium — più intelligente, più veloce, più autonoma — riservata a chi può permettersela. Dall’altra una versione base, sufficiente per i compiti elementari ma incapace di produrre lo stesso vantaggio.
Un’AI per i ricchi e un’AI per i poveri.
Non sarebbe più solo una questione economica. Sarebbe una nuova forma di disuguaglianza sociale.
Dal digital divide al cognitive divide
Per anni abbiamo parlato di digital divide: chi aveva accesso alla tecnologia e chi ne era escluso. Domani il problema potrebbe spostarsi di un livello. Non conterà più soltanto avere accesso all’AI. Conterà a quale AI.
Chi userà i modelli più avanzati deciderà meglio, produrrà più valore, imparerà più in fretta. E accumulerà un vantaggio crescente. Non una differenza di strumenti — una differenza di capacità.
Qui il rischio diventa enorme.
Il punto che di solito si salta
C’è però un anello che chi suona l’allarme — e in parte lo faccio anch’io — tende a dare per scontato. Tutta la tesi del neofeudalesimo poggia su un’ipotesi precisa: che il vantaggio dell’AI premium sia cumulativo e divergente. Che chi parte avanti acceleri, mentre gli altri restano indietro per sempre.
Ma la storia recente della tecnologia racconta spesso il contrario.
Il modello di punta di ieri diventa la baseline gratuita di oggi. La qualità che diciotto mesi fa costava una fortuna e girava solo nei laboratori, oggi è alla portata di chiunque abbia uno smartphone. Il divario di frontiera — la distanza tra il modello migliore in assoluto e quello che usa il resto del mondo — è reale e tende ad allargarsi. Ma il divario di capacità utile, cioè quanto un’Ael ti permette concretamente di fare, ha finora seguito la traiettoria opposta: si comprime.
Questo non smonta la preoccupazione. La precisa. Il vero pericolo non è che esista un modello premium più potente — esisterà sempre. È un altro, e va nominato con esattezza:
- Il divario di velocità. Non chi ha accesso allo strumento migliore, ma chi lo ottiene per primo. Sei mesi di vantaggio, in un mercato, valgono una rendita di posizione.
- Il divario di competenza. Lo stesso modello, in mani diverse, produce risultati incomparabili. Chi sa cosa chiedere batte chi ha accesso a un modello superiore ma non sa governarlo. Questo divario non si chiude col prezzo — si chiude con la formazione.
- Il divario di integrazione. Il vantaggio reale non sta nel modello, ma in chi lo cuce dentro processi, dati e decisioni. È un vantaggio di capitale e di organizzazione, non di accesso al chatbot.
Tradotto: la disuguaglianza non nascerà dal listino. Nascerà da chi sa usare ciò che ha già in mano.
Neofeudalesimo, ma del posto giusto
Resta vero che stiamo entrando in un’era di concentrazione. Nel Medioevo il potere derivava dalla terra. Nell’era industriale dal capitale. Oggi rischia di derivare dal controllo dell’intelligenza — o meglio, dall’infrastruttura che la produce.
Solo che il feudo non è il modello a cui accedo. È lo stack sotto: i chip, l’energia, i dati di addestramento, il capitale per addestrare da zero. Lì la concentrazione è reale e difficilmente reversibile. Il cittadino accederà probabilmente a un’ottima AI a basso costo. Ma il padrone della terra su cui quell’AI cresce sarà una manciata di attori.
È un neofeudalesimo, sì. Ma sta un piano più sotto rispetto a dove lo cerchiamo di solito.
Non è solo una mia preoccupazione
Il tema è già al centro del dibattito internazionale. L’UNESCO parla apertamente di un nuovo AI divide, un divario nelle opportunità generate dall’intelligenza artificiale. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha avvertito che un accesso diseguale potrebbe allargare le disuguaglianze tra persone e Paesi. E Brad Smith, presidente di Microsoft, ha dichiarato che l’AI potrà ridurre oppure ampliare il divario economico globale, a seconda di quanto sarà davvero accessibile.
La vera domanda
La sfida, allora, non è rendere l’AI sempre più potente. È evitare che diventi uno strumento di concentrazione del potere. E il fronte su cui si gioca non è il prezzo dell’abbonamento — è la competenza diffusa e il controllo dell’infrastruttura.
Perché se il vantaggio competitivo smetterà di dipendere dal talento, dallo studio e dal merito per dipendere da quale AI ciascuno può permettersi, avremo costruito il sistema di disuguaglianza più sofisticato della storia.
La domanda resta semplice. Stiamo democratizzando l’intelligenza artificiale — o stiamo solo spostando il recinto un po’ più in là, dove si vede meno?






Alberto Bozzo6 giorni ago
Frank18 secondi ago
Innanzitutto voglio partire da un grazie a Francesco Maria de Feo per aver ripreso e sviluppato un mio pensiero:
👉 “la competizione sull’intelligenza artificiale non la vincerà chi costruisce il modello più potente, ma chi riesce a renderlo economicamente accessibile”.
💡 Nel suo articolo porta questa riflessione un passo oltre, chiedendosi se stiamo davvero democratizzando l’AI o se stiamo costruendo un nuovo neofeudalesimo digitale.
⚠️ La parte che trovo più interessante è lo spostamento di focus: il problema non è solo “avere” un’AI, ma quale AI, con quale velocità di accesso, con quale livello di competenza e con quale grado di integrazione nei processi reali.
🛑 È lì che nasce il vero cognitive divide: non tra chi ha e chi non ha la tecnologia, ma tra chi sa usarla, aggiornarla e metterla davvero al servizio di decisioni, lavoro e diritti.
⚠️ Da giurista che si occupa di protezione dati, governance dell’AI e cybersicurezza, vedo questo rischio ogni giorno: se il vantaggio competitivo smette di dipendere da talento, studio e merito e inizia a dipendere solo da quale AI puoi permetterti (o integrare), allora non abbiamo solo un tema tecnologico, ma un problema di giustizia sociale e di democrazia.
Per questo, quando parliamo di “AI per tutti”, dovremmo chiederci almeno tre cose:
1️⃣ Chi controlla davvero l’infrastruttura che rende possibile questa AI?
2️⃣ Quanto è diffusa la competenza per usarla in modo consapevole, sicuro e conforme a diritti fondamentali?
3️⃣ Chi resta fuori dai processi di formazione e integrazione, anche se tecnicamente “ha accesso” agli strumenti?
Lo sforzo che dobbiamo fare, come ecosistema, non è solo spingere sull’innovazione, ma lavorare su accesso equo, alfabetizzazione digitale avanzata e regole chiare di governance che impediscano alle infrastrutture di AI di diventare nuovi monopoli di potere.
E’ quello che facciamo io frank Valeria Lazzaroli e tantissimi altri in FONDAZIONE ENIA ENTE NAZIONALE per l’INTELLIGENZA ARTIFICIALE® anche con il progetto GIURIE DI COMUNITA’ PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE® | ENIA®