Agosto 19, 2024
Perché l’algoritmo non batterà mai l’amicizia
L’IA: consulente fidato o pubblicitario nascosto? La verità dietro le risposte intelligenti
Con la nuova modalità Assistente allo Shopping di OpenAI mi sono fermato a ragionare su una cosa semplice e complessa allo stesso tempo: se cambia il mezzo, cambia anche il modo in cui decidiamo. La pubblicità persuasiva ci accompagna da sempre, l’abbiamo respirata ovunque, ma l’IA le dà una forma nuova, più sottile, più precisa, quasi un suggeritore invisibile che entra in scena solo quando lo chiamiamo. Questa è la vera differenza: non è più un messaggio che interrompe, è un consiglio che si incastra perfettamente nel momento in cui stiamo pensando a qualcosa.
Il punto è capire se siamo davanti a una rivoluzione o solo a un maquillage tecnologico. La verità, almeno quella che vedo io, è che l’IA sta generando un nuovo ZMOT, uno Zero Moment of Truth capace di anticipare persino i nostri tentennamenti. Nel vecchio ZMOT cercavamo informazioni; nel nuovo ce le ritroviamo già filtrate, già adattate, già pronte per la nostra mente. E qui entra in gioco la teoria della persuasione, quella che per anni ci ha spiegato come la mente umana sappia difendersi più di quanto crediamo, perché lavora con filtri cognitivi che ci mantengono ancorati alla razionalità anche quando l’emozione prova a prendere il sopravvento. È una visione sempre più discussa: alcuni studiosi sostengono che siamo meno manipolabili di quanto racconti il marketing, altri dicono che l’ipersollecitazione digitale sta indebolendo proprio quei filtri che ci tenevano lucidi.
L’IA arriva in mezzo a questo dibattito e lo complica. Da una parte può renderci più razionali, perché mette lì confronti, prezzi, alternative, dati che altrimenti non cercheremmo mai. Dall’altra può rendere il processo ancora più emotivo, perché modula tono, ritmo e parole per farci sentire compresi. È come avere accanto un consigliere che cambia stile in base a come respiri. E la domanda a questo punto diventa inevitabile: chi sta davvero guidando la scelta?
Qui entrano in campo i pesi. Il primo è quello della nostra intelligenza, che resta la protagonista, con la sua capacità di valutare, dubitare, frenare. Il secondo è quello dell’intelligenza artificiale, che conosce la nostra storia digitale, ricorda ciò che diciamo, apprende dai nostri micro-preferenze e costruisce un contesto perfetto per farci arrivare “spontaneamente” a una decisione. Non è un conflitto, è una negoziazione continua. L’umano porta intenzioni e desideri, l’IA offre percorsi e scorciatoie. Il risultato finale è una decisione co-prodotta, un ibrido in cui è difficile capire quanto sia partito da noi e quanto sia stato suggerito.
Perché il rischio c’è. Se questo equilibrio si sposta troppo, se l’IA diventa un consigliere che sa già dove portarci, il confine tra supporto e influenza si assottiglia. Non parliamo di manipolazione fantascientifica, ma di piccoli spostamenti continui, millimetrici, che nel tempo possono orientare abitudini, priorità, preferenze. Un Assistente allo Shopping può trasformarsi nel più educato dei venditori, sempre sorridente, sempre pronto con l’opzione “giusta”, quella che guarda caso coincide con un interesse commerciale.
Il vero tema allora è capire che modello decisionale stiamo costruendo. Razionale? Emotivo? Misto? Probabilmente qualcosa che non abbiamo ancora definito: un nuovo ZMOT che nasce dall’incontro tra ciò che siamo e ciò che l’IA vede in noi. Una decisione che si forma in un territorio inedito, dove mente e algoritmo dialogano senza che ce ne accorgiamo troppo. È un equilibrio delicato, quasi artigianale, che richiede consapevolezza per non ritrovarsi a seguire un percorso creato da qualcun altro.
E se c’è un lato oscuro, è proprio questo: l’IA promette comodità e chiarezza, ma chiede in cambio fiducia. E la fiducia, quando si parla di pubblicità innestata nei sistemi cognitivi artificiali, va maneggiata con cautela. Non per paura, ma per rispetto della nostra libertà mentale.





