Agosto 15, 2025
Non è un CAIO qualsiasi il direttore dell’ufficio AI.
L’AI ha davvero rovinato i contenuti online?
C’è chi sostiene che oggi, aprendo Instagram, LinkedIn o una newsletter, ci si ritrovi davanti a testi tutti uguali, riconoscibili da certi tratti stilistici ricorrenti: i trattini lunghi usati come pausa drammatica, le liste con frecce e segni di spunta, i soliti “in conclusione”, “non è questo, è quello”, “la verità è…”. Un’impressione diffusa è che l’AI abbia appiattito lo stile e impoverito la scrittura, riducendola a un copia e incolla senza personalità.
Ma è davvero così? Oppure siamo di fronte a una percezione che attribuisce alla tecnologia colpe che appartengono, da sempre, a un certo modo di fare comunicazione?
Partiamo da un dato storico: i contenuti banali esistevano molto prima di ChatGPT. Non serviva un algoritmo per produrre sales letter infinite, noiose e tutte uguali, né per riempire il web di articoli con “i 5 consigli” o “le 10 regole d’oro”. Erano formati rodati, spesso efficaci per scopi commerciali, ma ben lontani dall’essere originali. Se oggi notiamo un’omologazione crescente, è perché la tecnologia ha accelerato e amplificato ciò che era già pratica diffusa.
In fondo, come osservano vari esperti di marketing, l’AI non ha inventato la mediocrità: ha reso più veloce produrla. Seth Godin, con la sua solita lucidità, ha detto che ciò che l’AI sostituisce non è la genialità, ma la competenza media: se sei mediocre, una macchina più economica e rapida può fare il tuo stesso lavoro. Un’affermazione dura, ma che mette il dito nella piaga: i contenuti che sembrano tutti uguali non sono figli dell’AI, ma di un certo approccio pigro e ripetitivo che già infestava la comunicazione digitale.
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: l’AI come specchio. Un modello generativo riflette quello che gli chiediamo. Se lo usiamo per partorire testi standard, ci darà testi standard. Se invece lo guidiamo con creatività, dettagli, esperienza personale, lo stesso strumento può diventare un alleato per esprimere idee nuove. In questo senso, più che demonizzare l’AI, bisognerebbe interrogarsi sul mindset di chi la usa.
Ed è qui che entra in gioco la semiotica delle formule tanto criticate. I trattini lunghi? Non sono un’invenzione di ChatGPT: sono un artificio retorico vecchio come la scrittura, usato per creare pause e dare ritmo. Le liste con emoji e spunte? Un segno dei tempi, certo, ma già prima dell’AI la comunicazione online era invasa da format visivi e simbolici. Le frasi fatte come “in conclusione” o “la verità è”? Sono scorciatoie linguistiche, abusate tanto dagli umani quanto dalle macchine. Il punto non è se esistano, ma come vengono inserite in un discorso: se diventano tic stilistici, risultano fastidiose; se vengono usate con consapevolezza, sono strumenti retorici come tanti altri.
Il tema della lettura, poi, è delicato. È vero che la soglia di attenzione si è abbassata, ma non possiamo attribuire all’AI responsabilità che hanno radici molto più profonde. La competizione con video brevi, social e piattaforme di intrattenimento ha reso la lettura meno centrale nella vita quotidiana. Eppure, quando un testo è davvero interessante, utile e originale, trova ancora spazio. Lo dimostrano gli stessi algoritmi di Google, che valutano i contenuti in base a criteri come esperienza, autorevolezza e utilità, senza penalizzare quelli generati da AI. Non conta chi scrive: conta quanto valore aggiunge.
Infine, un paradosso curioso: c’è chi sostiene che anche contenuti trash, pur privi di sostanza, abbiano più dignità perché almeno sono “originali”. Ma è un’illusione. Originalità non significa automaticamente qualità. Un contenuto può essere unico e al tempo stesso inutile, così come un testo scritto con l’aiuto dell’AI può diventare prezioso se arricchito da idee autentiche, da uno sguardo personale, da un pensiero che solo l’umano può avere.
In realtà, l’esempio più chiaro lo viviamo ogni giorno. C’era banalità prima e c’è banalità adesso. La differenza è che oggi la moltiplichiamo più velocemente. Il problema non è mai stato lo strumento, ma la mancanza di intelligenza — quella umana.
’AI non ha rovinato i contenuti. Ha soltanto tolto il velo, rendendo più visibile quello che già c’era. Può essere uno specchio che amplifica la mediocrità o un amplificatore che esalta l’originalità: dipende da noi. Il vero discrimine resta sempre lo stesso: cosa abbiamo da dire e quanto siamo disposti a uscire dai cliché. Tutto il resto è solo rumore.





