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Il marketing secondo Nielsen: meno budget, più cervello (e più brand)

C’è qualcosa di profondamente confortante in un report che ti dice la verità. Il 2025 Annual Marketing Report di Nielsen non indulge nei soliti entusiasmi da conferenza: ti mette lì, a viso aperto, i dati di una realtà che chi fa marketing la vive, la suda, la reinventa ogni giorno. E ti sussurra una cosa chiara: serve meno rumore e più sostanza.

Partiamo dalla scure: il 54% dei marketer globali taglierà i budget pubblicitari nel 2025. Ma — e qui c’è il bello — si taglia per riposizionare, non per rinunciare. Il budget si riorganizza, tra canali e formati. E qui Nielsen ci offre un dato illuminante: il 44% dei marketer adotta una distribuzione 40/60 tra digitale e tradizionale, o viceversa. Tradotto: il phygital non è uno slogan da evento ma una realtà operativa. E i brand lo sanno: le persone vivono in un mondo ibrido, quindi la comunicazione deve fluire tra online e offline con naturalezza.

Eppure, in questa corsa alla misurabilità e al ROI, c’è un aspetto che rischia di essere soffocato: il branding. Il caro, vecchio, sottovalutato branding.

Perché mentre tutti cercano la performance, pochi si chiedono da cosa nasce quella performance. Se il tuo brand non è posizionato con chiarezza nella mente del pubblico, nessun funnel ti salverà. Il messaggio non arriva, o peggio: arriva e viene dimenticato. Nielsen lo dice, con quella lucidità che non lascia spazio a romanticismi: brand e performance non sono in competizione, sono interdipendenti.

Il report lo conferma: le aziende che investono in un bilanciamento strategico tra azioni a risposta diretta e costruzione del brand ottengono risultati più solidi nel tempo. Ma per farlo serve prima rispondere alla domanda madre di tutte le campagne: “Chi sei?”
Non cosa vendi, non quanti follower hai, non in quale trend ti sei infilato su TikTok. Ma chi sei — e cosa rappresenti.

Il brand positioning, oggi, è la vera ancora di salvezza in un mare di contenuti indistinguibili. In un mondo dove ogni scroll è una competizione, l’identità è ciò che ti fa esistere anche quando non stai parlando. E qui si apre un’altra verità spesso ignorata: la percezione vale più dell’offerta. Puoi avere il miglior prodotto del mondo, ma se non sei posizionato bene, resterai una comparsa.

Il problema è che oggi, con l’ossessione per i dati, molti marketer dimenticano di raccontare. Misurano ogni cosa, ma non comunicano nulla. E se non sai emozionare, coinvolgere, lasciare un segno, allora stai solo spendendo — non stai investendo.

Ed è qui che il mix media 40/60 diventa interessante: TV, radio e stampa, per esempio, non sono solo “mezzi vecchi”, ma territori di autorevolezza e memoria. Non tutto deve essere tracciato al millisecondo. Alcuni messaggi hanno bisogno di sedimentare. Di avere tempo. Di costruire fiducia.

La verità è che il marketing sta tornando a un punto di equilibrio: tra ciò che si misura e ciò che si sente, tra performance e reputazione, tra intelligenza artificiale e intuito umano. Ma per non perdersi in questo ritorno, bisogna ripartire dal brand. Dalla sua voce, dalla sua storia, dalla sua capacità di creare senso — non solo clic.

Ecco allora che il report Nielsen diventa quasi un manuale filosofico: fai branding, se vuoi fare business. Posizionati, se vuoi essere scelto. E non dimenticare che la conversione senza convinzione… è solo un incidente.

Frank
administrator

Francesco Maria de Feo, detto Frank, esperto di marketing e comunicazione, è specializzato in naming e brand positioning. Creatore del metodo CRESC, abbina intelligenza umana e artificiale per naming vincenti. Con una lunga esperienza in settori ICT e pubblici, esplora nuove frontiere dell'AI nel marketing, valorizzando autenticità e creatività.

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