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Naming e intelligenza artificiale: il metodo per creare nomi efficaci

L’intelligenza artificiale può generare cento nomi in pochi secondi. Ma generare alternative non significa fare naming. Il valore si sta spostando dalla produzione alla capacità di scegliere, valutare e dare una direzione.

Con ChatGPT ho lavorato su parecchi nomi. Abbastanza da avere, a un certo punto, qualche conto creativo in sospeso.

Perché utilizzare l’intelligenza artificiale nel naming pone una domanda che va molto oltre il prompt: se un’AI può generare cinquanta nomi in pochi secondi, dove finisce il suo lavoro e dove comincia quello del creativo?

Ho deciso di chiederlo direttamente a ChatGPT. La prima domanda è uscita da sola: «Abbiamo creato tanti nomi insieme. Ma alla fine il creativo chi è, io o tu?»

Sembra una provocazione. È una domanda di lavoro.

Oggi bastano poche righe di prompt per avere cinquanta nomi in dieci secondi, e molti trattano quella lista come se il naming fosse già fatto.

Non lo è. È appena diventato più difficile.

Cento nomi non fanno un nome

L’AI ha abbattuto il costo della generazione. Quello che prima richiedeva un pomeriggio di brainstorming e una lavagna piena, adesso arriva prima che il caffè si raffreddi.

Il punto è che la lista non decide niente. Sposta il problema più avanti e lo ingrandisce: davanti a cento alternative devi comunque capire quale territorio occupa ognuna, cosa suggerisce senza bisogno di spiegazioni, se assomiglia a decine di marchi già esistenti, se regge il giorno in cui il brand cresce oltre il primo prodotto.

Più opzioni hai, più ti servono criteri. Senza criteri, una lista lunga è solo un modo più veloce di restare indecisi.

L’intelligenza artificiale può creare un buon nome? Può contribuire in modo molto efficace alla sua creazione, soprattutto nell’esplorazione linguistica, nelle associazioni e nella generazione di alternative. Ma un processo di naming richiede anche posizionamento, criteri di selezione, contesto culturale e responsabilità della scelta. Per questo l’AI funziona meglio come parte di un metodo che come generatore automatico di nomi.

Nel mio lavoro, infatti, l’AI non entra come distributore automatico di parole, ma dentro CRESC, il metodo con cui organizzo esplorazione, generazione, confronto e selezione.

La macchina allarga il campo. Qualcuno deve ancora sapere dove vale la pena andare.

Come scegliere un nome creato con l’AI?

Per non restare nella teoria, ho fatto un esperimento molto semplice. Ho preso il nome CREAI e sono tornato idealmente al momento in cui ancora non esisteva.

Sul tavolo ho rimesso tre candidati: AI Marketing, Radio AI e CREAI.

AI Marketing dice subito di cosa si parla. È chiaro, e proprio per questo inchioda il progetto a un argomento: la prima volta che si parla di creatività invece che di marketing, il nome è già stretto.

Radio AI è ancora più descrittivo. Indica il contenitore, come un’etichetta sullo scaffale. Serve a trovarlo, non necessariamente a ricordarlo.

CREAI fa un’altra cosa.

Dentro senti “crea”, dentro trovi “AI”, e le due parti insieme possono essere lette anche come un invito: crea con l’AI.

Non descrive semplicemente un contenuto sull’intelligenza artificiale. Suggerisce ciò che accade quando creatività umana e AI lavorano allo stesso tavolo.

Il posizionamento comincia quindi a vivere già nel nome, prima di qualsiasi claim.

È uno dei test che considero più importanti: un buon nome non deve raccontare tutto, deve rendere possibile tutto quello che il brand vorrà raccontare dopo.

I primi due candidati spiegavano. Il terzo lasciava spazio.

Nel naming con l’AI, chi è davvero il creativo?

La risposta più utile alla domanda iniziale non sta nello scegliere tra me e ChatGPT.

Scegliere sarebbe un modo vecchio di guardare un fenomeno nuovo.

L’AI associa a una velocità che nessuno di noi dovrebbe provare a imitare. Attraversa lingue, accosta concetti lontani, produce varianti, stressa un’idea finché non cede o regge.

Però non ha incontrato il cliente. Non ha visto la sua reazione quando un nome gli suona freddo. Non avverte da sola la sfumatura culturale che rende una parola interessante in un contesto e debole in un altro. Non conosce automaticamente tutto ciò che sta dietro una scelta se noi non glielo portiamo dentro il processo.

E soprattutto non firma la scelta.

La conseguenza vale anche per l’umano, e non è comodissima.

Se utilizzo l’intelligenza artificiale soltanto per fare più velocemente quello che facevo ieri, ho una Ferrari in garage e la uso per andare a prendere il pane. Arrivo prima al forno, certo.

Il valore, però, sta nell’usarla per allargare il pensiero, non semplicemente per moltiplicare l’output.

Quando l’AI diventa un interlocutore creativo

Con l’uso ripetuto il rapporto cambia.

All’inizio è domanda e risposta.

Poi cominci a contestare: questo è banale, sei scivolato nel descrittivo, hai capito il prodotto ma non il posizionamento, stai ripetendo lo stesso territorio semantico, rigirami il problema.

È lì che l’AI diventa davvero interessante.

Non necessariamente nella prima risposta, ma quando la costringi dentro un confronto.

Il prompt, a quel punto, non è più una formula magica che dovrebbe produrre il risultato perfetto. Diventa l’inizio di una conversazione nella quale ogni risposta può modificare la domanda successiva.

E questo cambia anche il lavoro del creativo.

Non gli viene chiesto soltanto di produrre idee. Gli viene chiesto di riconoscere quelle che hanno senso, eliminare quelle che sembrano brillanti ma non reggono, capire quando la macchina sta aprendo una strada interessante e quando, invece, sta semplicemente costruendo una variante statisticamente plausibile.

La capacità di generare aumenta. Di conseguenza aumenta il valore della capacità di giudicare.

Il vantaggio non sarà avere l’AI

C’è poi una questione che va oltre il naming.

L’accesso all’intelligenza artificiale diventerà sempre meno un vantaggio competitivo in sé. Se tutti possono utilizzare strumenti capaci di generare testi, immagini, concetti e nomi, possedere lo strumento non basta più a differenziarsi.

La differenza può stare nel modo in cui impariamo a lavorarci.

Interrogarla. Contraddirla. Fornirle un contesto migliore. Accorgerci quando sta banalizzando. Chiederle di esplorare una direzione che non avevamo considerato. E, quando serve, ignorarla.

Nel naming questo diventa particolarmente evidente perché il risultato finale può essere una sola parola.

Dietro quella parola, però, possono esserci centinaia di alternative, tentativi scartati, territori semantici esplorati, verifiche, intuizioni e decisioni.

L’AI può rendere enormemente più veloce una parte di questo percorso.

Non rende automaticamente migliore la destinazione.

Per questo la domanda interessante non è più soltanto: “L’intelligenza artificiale sa creare nomi?”

La domanda diventa: “Sappiamo costruire un processo nel quale intelligenza artificiale e creatività umana producano insieme nomi migliori?”

È una differenza sottile, ma cambia completamente il punto di vista.

Da una parte c’è il metodo, il contesto, il cliente e la responsabilità della scelta. Dall’altra una macchina capace di aprire più strade di quante probabilmente ne vedremmo da soli.

Poi arriva il momento di scegliere quale strada percorrere.

ChatGPT può dire la sua.

Il microfono, però, lo spengo io.

Frank
administrator

Francesco Maria de Feo, detto Frank, esperto di marketing e comunicazione, è specializzato in naming e brand positioning. Creatore del metodo CRESC, abbina intelligenza umana e artificiale per naming vincenti. Con una lunga esperienza in settori ICT e pubblici, esplora nuove frontiere dell'AI nel marketing, valorizzando autenticità e creatività.

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