Settembre 28, 2025
Pensiero Pluridimensionale, Comunicazione e AI.L’AI filtra, non decide: cosa mi ha lasciato lo SVST Hackathon Salerno 2026
Il 23 e 24 maggio 2026, a Baronissi, ho partecipato alla quinta edizione dello SVST Hackathon Salerno, un’esperienza che mi ha confermato una cosa semplice, ma decisiva: l’innovazione non nasce solo dalle idee, nasce dal modo in cui le persone imparano a lavorarci intorno.
In quei due giorni non ho visto soltanto progetti, pitch, prototipi e presentazioni finali. Ho visto gruppi confrontarsi, cambiare prospettiva, ascoltare osservazioni, rimettere mano alle proprie intuizioni e provare a trasformare una proposta iniziale in qualcosa di più chiaro, più utile e più sostenibile. È questa, forse, la parte più interessante di un hackathon: non la corsa contro il tempo, ma la qualità delle decisioni che si prendono mentre il tempo corre.
Lo SVST Hackathon Salerno è stato organizzato da Silicon Valley Study Tour e Palo Alto Inc., con il supporto delle principali realtà territoriali coinvolte, tra cui Monaci Digitali e CoworkingSA | Officina84.
Il valore dell’iniziativa è stato proprio nella capacità di mettere insieme giovani talenti, università, mentor, imprese, istituzioni e professionisti in un contesto operativo, non celebrativo. Non una semplice esercitazione sull’innovazione, ma una palestra concreta in cui le idee sono state chiamate a misurarsi con problemi reali. Perché un progetto, per quanto brillante, resta fragile se non risponde a una domanda precisa: a chi serve davvero? E soprattutto: quale cambiamento produce nella vita delle persone, delle imprese o della comunità?
I progetti presentati hanno attraversato ambiti molto diversi, ma tutti riconducibili a una stessa esigenza: usare la tecnologia per leggere meglio la complessità. Alcune idee guardavano alla salute e alla cura, immaginando strumenti per la prevenzione, la gestione dei dati sanitari o percorsi delicatissimi come quello legato alla donazione di organi. Altre si concentravano sulla città e sulle infrastrutture, dall’accessibilità urbana alla manutenzione predittiva, fino a soluzioni per rendere più sostenibili gli spazi che abitiamo ogni giorno. Altre ancora affrontavano il mondo del lavoro, della formazione, delle microimprese e delle competenze, provando a trasformare conoscenze spesso implicite in strumenti più chiari, trasferibili e condivisibili.
Questa varietà mi ha colpito perché racconta bene il momento che stiamo vivendo.
L’intelligenza artificiale non è più percepita solo come una tecnologia da laboratorio o come un generatore di testi e immagini. Sta entrando nei processi, nei servizi, nelle decisioni, nei comportamenti quotidiani. Può aiutare un’impresa a organizzare meglio il sapere interno, una città a rendere visibili le proprie barriere, una struttura sanitaria a comunicare meglio con le persone, un giovane a prepararsi al lavoro, una comunità a trasformare dati dispersi in segnali utili. Ma proprio per questo va maneggiata con più responsabilità, non con meno.
È il concetto che ho cercato di ribadire anche nelle interviste con Monaci Digitali: l’AI filtra, non decide. Filtra dati, possibilità, scenari, correlazioni, segnali deboli. Può aiutarci a vedere meglio, più velocemente e con meno rumore. Ma non può sostituire la responsabilità umana. La decisione, il giudizio, la sensibilità, il senso del limite e la capacità di valutare le conseguenze restano nostri. O almeno dovrebbero restarlo.
Questa distinzione diventa ancora più importante quando l’innovazione tocca ambiti sensibili. Nella salute, ad esempio, non basta immaginare un assistente digitale capace di ricordare screening o organizzare informazioni cliniche: bisogna chiedersi come proteggere la persona, come evitare semplificazioni pericolose, come mantenere il medico e il sistema sanitario dentro il processo. Nei progetti legati alla donazione di organi, la tecnologia non può essere raccontata come un semplice sistema di matching: deve diventare protezione, anonimato, consenso, mediazione e rispetto. Allo stesso modo, quando si parla di accessibilità urbana, una dashboard non è solo una mappa, ma uno strumento per rendere visibili ostacoli che troppe volte restano invisibili a chi non li vive ogni giorno.
Anche le idee più vicine al mondo produttivo hanno mostrato un punto interessante: l’AI può essere utile quando non sostituisce l’esperienza, ma la rende più trasferibile. Penso, ad esempio, al tema dell’onboarding nelle microimprese, dove molto sapere resta nella testa del titolare e viene trasmesso ai nuovi collaboratori con il classico “guarda come faccio io”. Un metodo umano, certo, ma fragile, discontinuo, difficile da replicare. In casi come questo, l’intelligenza artificiale può aiutare a trasformare conoscenza implicita in procedure, manuali, ruoli, percorsi di formazione e strumenti di lavoro. Non sostituisce l’imprenditore. Lo aiuta a rendere più chiaro e condivisibile ciò che sa.
Accanto a queste proposte più immediatamente applicabili, sono emerse anche visioni più ambiziose: infrastrutture capaci di prevenire guasti, superfici urbane che recuperano energia, strumenti per verificare l’attendibilità dei contenuti nell’era dell’AI generativa, sistemi educativi pensati per rendere più consapevoli i comportamenti ambientali. Idee diverse, con livelli diversi di maturità, ma accomunate da una domanda fondamentale: come possiamo trasformare ciò che oggi è spreco, rischio, dispersione o disordine in valore utile?
In questo senso, la due giorni non è stata solo un evento formativo. È stata una piccola forma di governo dell’innovazione. Uso volutamente questa espressione, perché governare l’innovazione non significa controllarla dall’alto o ingabbiarla in procedure. Significa creare le condizioni perché competenze diverse possano incontrarsi, perché i giovani abbiano spazi reali di sperimentazione, perché le imprese ascoltino nuovi punti di vista, perché le istituzioni riconoscano il valore del talento e perché la tecnologia venga discussa non solo per ciò che permette di fare, ma per ciò che cambia nel modo in cui viviamo, lavoriamo e decidiamo.
Per questo desidero ringraziare Silicon Valley Study Tour, Palo Alto Inc., Monaci Digitali, CoworkingSA | Officina84 e tutte le persone che hanno contribuito alla riuscita di questa edizione. Un pensiero particolare va a Paolo Marenco, ideatore del Silicon Valley Study Tour, per la visione che da anni collega giovani talenti italiani ai grandi ecosistemi internazionali dell’innovazione, e a Rosario De Feo, membro SVST e coordinatore dell’Hackathon di Salerno 2026, per il lavoro prezioso di raccordo, organizzazione e presenza sul territorio. Gli eventi che funzionano sembrano naturali quando li vivi da dentro, ma dietro quella naturalezza c’è sempre un lavoro enorme, fatto di cura, relazioni, incastri e ostinazione buona.
Per me è stato importante esserci anche come delegato di zona di ENIA, Ente Nazionale per l’Intelligenza Artificiale, portando una testimonianza legata non solo alla creatività, al naming e al brand positioning, ma anche alla necessità di promuovere un uso consapevole dell’AI. Oggi parlare di intelligenza artificiale significa parlare di competenze, etica, impresa, formazione, pubblica amministrazione, giovani, lavoro e cultura. Non basta usare gli strumenti. Bisogna imparare a comprenderne gli effetti.
Quello che porto via da questa quinta edizione dello SVST Hackathon Salerno è una convinzione molto chiara: i territori non diventano innovativi perché adottano parole nuove, ma perché costruiscono comunità capaci di pensare insieme. Startup, AI, Silicon Valley, open innovation, design thinking: sono parole importanti, ma diventano davvero significative solo quando incontrano persone, problemi reali e responsabilità. Altrimenti restano formule eleganti, buone per una slide e poco altro.
L’innovazione vera non è quella che corre più veloce. È quella che sa dove sta andando. E forse il compito più urgente, oggi, è proprio questo: usare l’intelligenza artificiale non per delegare il pensiero, ma per allenarlo meglio. L’AI filtra, non decide. Il futuro, se vogliamo che abbia un senso umano, dipenderà ancora dalla qualità delle domande che sapremo fare e dal coraggio delle decisioni che sapremo prenderci.





